BIOGRAFIA:

Maurizio Milesi è nato nel 1993 ad Alzano Lombardo, vicino Bergamo. Si è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in Semiotica del ritratto, ed è attraverso il ritratto che nel 2020 ha raccontato i luoghi in cui vive da sempre, travolti dal Covid19. Concentrandosi sui volti, e gli sguardi, degli abitanti della Val Seriana, ha cercato di rendere visibili gli effetti non solo fisici, ma psicologici, dell’epidemia. E i suoi scatti, esposti in varie città, sono poi diventati un libro, “Epicentro”.

Privilegia il ritratto perché più che alle forme, alla luce, ai colori, è interessato alle emozioni. Perché sostiene che alla fine quello che conta, quello che resta, sono le persone.

Ha scritto “I perché della fotografia” (Blurb Books 2020), un breve saggio sulla scelta della fotografia come mezzo di espressione.

Ora vive a Ranica (BG). 

Francesca Borri

QUALCOSA SU DI ME:

Io Maurizio Milesi l’ho conosciuto in università, frequentavamo entrambi Scienze della Comunicazione. Con una tale barba non passava certo inosservato; girava voce se la fosse fatta crescere dopo aver perso una scommessa. Ora potrebbe pure tagliarsela, ma anche no. Gli piace la fotografia, a Maurizio, me lo ha detto durante un laboratorio; io pensavo gli piacesse la fotografia come a me piacciono le torte: belle e buone finché le fanno gli altri, quando mi cimento io un disastro, ma almeno ci provo. In altre parole, il fatto che mi piacciano i dolci non mi ha ancora reso una pasticciera. Per Maurizio, tutt’altro: lui con la fotografia ci sa proprio fare. Ritrattista, è così che si definisce, e in effetti scorrendo la sua gallery ci si ritrova ad essere oggetto di centinaia di sguardi che, se in origine guardavano nell’obiettivo della sua fotocamera, ora sembra fissino proprio voi. Quello del ritrattista non è un lavoro semplice, bisogna avere una certa sensibilità ed entrare in stretto contatto col soggetto, perché la foto dovrà esprimerne personalità, atteggiamento, attitudine ed emozioni. Quello che fa Maurizio è cercare di creare una connessione, come persona prima ancora che come artista; la scelta di focalizzarsi sui ritratti, in effetti, nasce proprio dalla passione per la gente, passione che – devo dirlo – già avevo colto ai tempi dell’università, quando lo vedevo chiacchierare con tutti in modo amichevole, ma non per questo superficiale. In cerca di un modo per esprimere tale inclinazione, Maurizio ha scoperto la fotografia, un mezzo tecnico che, non ritenendosi lui in grado di creare qualcosa di nuovo dal niente, gli consente comunque di essere creativo. Io credo che qualcosa di nuovo lo abbia creato, ma se glielo dicessi lui negherebbe, modesto com’è. Mi riferisco al FRUITproj, il cavallo di battaglia di Maurizio, un concept pensato quando era in erasmus in Polonia. È lì che ha conosciuto una ragazza americana dai tratti marcatamente orientali di rara bellezza. Lei era una fragola, lei stessa si era definita così. Non la conosco, ma so che era un fragola, per cui me la immagino tendenzialmente allegra. Dico tendenzialmente e non sempre perchè se lo fosse stata sempre sarebbe stata un’albicocca, non una fragola. La fragola ha una nota acidula sul finale e questa ragazza me la immagino quel tantino malinconica, ma solo sul finale. Giocosa, ma saggia, sensuale, ma infantile, intelligente, ma impulsiva; proprio una fragola. Io tutto questo lo deduco da una fotografia di Maurizio, una delle sue più belle. È sdraiata su un telo bianco e porge una fragola verso l’obiettivo, lasciando che un sorriso grande le esploda in viso; ad avvolgere il suo gesto una luce morbida e calda che le addolcisce ancor di più i lineamenti. Tornato in Italia, Maurizio ripete con persone diverse l’esperimento, riproponendo la stessa situazione, ognuno col frutto che più lo rappresenta. Tutto è fermo, a cambiare è solo il soggetto e il suo modo di interagire con lo spazio e con l’oggetto. Maurizio se ne sta lì, semplicemente a raccontare ciò che succede, tramite quello che lui definisce un ritratto reportage. Stesso approccio emerge anche per le fotografie realizzate per il progetto Passionate People, in cui la descrizione della persona non sta in piedi da sola, ma si appoggia alle passioni di chi viene fotografato, come se quello che fai descrivesse ciò che sei. E se nel FRUITproj lo sfondo era bianco, in questo caso è nero. Anzi no, blu scuro, e la scelta non è casuale: lo sfondo monocolore fa sì che il soggetto emerga di più, ma il nero pieno limiterebbe la possibilità di Maurizio di giocare con luce e contrasti. Nel caso in cui lo sfondo non sia un fondale la location diviene parte del reportage, usata anch’essa per costruire il senso del ritratto. I protagonisti che Maurizio ha scelto di mettere al centro dei propri progetti sono persone comuni dall’aspetto acqua e sapone; persino La Fragola, nonostante l’apparenza straordinariamente bella, ha quel non so che della ragazza della porta accanto che non mi so spiegare. Una simile scelta da parte di Maurizio è dettata dall’intenzione di voler dar valore alla normalità, mantenendo nella sua arte la quotidianità di quei gesti e quelle sensazioni che descrivono ognuno di noi. “Sguardo fisso nell’obiettivo e cominciamo”, è così che mi immagino l’esordio di un servizio fotografico con lui. Io sceglierei il Dragon Fruit, quello con la polpa fuxia, e per Passionate People ci sarebbe da ritrarmi con una penna in mano, una fetta di torta in bocca e della pellicola cinematografica tra i capelli. Sempre complicata io, al contrario di Maurizio che della semplicità ha fatto la sua vocazione: un colore, una luce, soggetto al centro; pulito ed efficace, come il suo logo. La barba incolta forse lo smentisce quel tantino, ma secondo me gli dona.

Laura Spataro

L'Eco di Bergamo

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Prima Bergamo

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