“Scrivete di Munda, il medico di Nembro”

"Scrivete di Munda, il medico di Nembro"

Casa per casa e zero morti, storia del Dottor Munda

Articolo di Francesca Borri

Fotografie di Maurizio Milesi

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“QUESTO VIRUS RARAMENTE VINCE PER MERITO SUO”
Il dottor Munda, un anno dopo
 
Un anno dopo, il suo telefono squilla ancora in continuazione. Ora, però, non chiamano più solo da Nembro. Chiamano da tutta Italia.
Riccardo Munda ha 39 anni e la borsa di pelle, come i medici dei film. E però è vero. A marzo, mentre su 11mila abitanti, qui si avevano 154 morti, contro i 17 del 2019, l’1,3% della popolazione, è stato l’unico a visitare casa a casa, comprandosi di tasca sua 600 euro di camici e mascherine, e una Vaporella. Arrivava: e mentre era con un malato, un vicino già bussava alla porta. Della sua scelta di restarsene in mezzo a un’epidemia, ti diceva solo: E dove dovrei stare? Tra i sani?
A marzo, tra i suoi pazienti i morti sono stati zero.
E un anno dopo, sono ancora zero.
Un anno dopo, a Nembro tutti hanno una storia per i giornalisti, tutti sono stati travolti dal Covid-19, ma tutti ti dicono: Invece che di me, scrivi piuttosto di Riccardo Munda.
Perché solo da Roma, solo dal governo, non ha mai chiamato nessuno.
Tra il lockdown e gli anticorpi, trovati nel 42% della popolazione, la seconda ondata qui non si è sentita. Ma nel resto d’Italia, ha falciato più morti della prima. E uno su cinque, ancora, in Lombardia. “Ed è come se fosse stato tutto inutile”, mi dice all’alba mentre le stelle luminose, in piazza, si spengono, e smonta dal turno di notte. Non sono un avanzo del Natale: sono una per ogni morto. “L’unica cosa chiara di questo virus, è che si batte sul territorio. Non negli ospedali: ma in tutto quello che ti evita di finirci. Poi, però, in questi mesi, invece di investire sui medici abbiamo comprato monopattini”.
“Ognuno di noi ha circa 1.400 pazienti”, dice. “E ho detto tutto”.
E riaccende il telefono. Ha 142 notifiche WhatsApp.
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A marzo, qui si è contagiato un medico su quattro. E la legge ora autorizza le visite a distanza. Ascoltate in vivavoce, però, molte sono come quella di Greta. Che ha 40 anni, ed è sola con tre figli, il compagno è morto in un incidente: e ha avuto il Covid-19, ed è stata a lungo in ventilazione, e di Covid-19 ha perso anche suo padre. E ora ha sempre la febbre. “All’inizio, tornava regolarmente in ospedale per i controlli. Ma trovava ogni volta un medico diverso, ed era come ricominciare da zero. Perché il suo medico, invece, no: non risponde mai”, dice Riccardo Munda, mentre cerca di capire perché, al minimo sforzo, l’ossigeno precipiti sotto i 90. Ma prima viene interrotto da uno dei bambini, poi dal corriere di Amazon, e poi da quello di Bartolini, e poi da un altro dei bambini, e anche dal gatto – con il saturimetro che a ogni dito segna un valore diverso. “Niente. Domani passo, è l’unica”, dice. Poi dice: E per una questione morale, prima ancora che medica.
“Perché uno pensa: è solo un po’ di febbre. Ormai ragioniamo per categorie astratte. Ma così, una sola e con tre bambini manco può entrare al supermercato”.
Un anno dopo, i medici in realtà hanno paura di finire in tribunale, più che in ospedale. “Per quanto sia pericoloso soprattutto per gli over 70, il virus resta imprevedibile. E quindi, per non rischiare, se sei positivo ti attivano subito il protocollo Covid-19. Bombardandoti di farmaci”, dice, mentre risponde all’amica dell’amico di un cugino del dirimpettaio di un suo paziente, che spiega che ha 37.4, e sta alla seconda tachipirina. “Ma per un paio di giorni, aspetta e basta”, dice. “Perché la febbre è un sintomo, no? E un sintomo è un segnale. E se me lo elimini, come capisco cosa segnala? Come valuto quale sia il decorso più probabile? E magari, poi, ti danneggio più io che il virus”.
Ma ormai è il panico, dice. E anche il panico intasa gli ospedali.
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Al Papa Giovanni di Bergamo hanno esaminato 767 pazienti della prima ondata. E uno su due ha ancora problemi: è il cosiddetto Long Covid. Che riguarda i polmoni, ma spesso anche il cuore e il cervello. E a volte è un effetto della terapia intensiva, o di altre patologie. A volte è solo psicologico. Ma altre volte, è l’effetto di cure sbagliate. Quelle degli inizi. In cui si andava a tentativi. Ma anche quelle di adesso.
E di quei 767, il 16% non è più autonomo.
“Sono i primi casi. Ed è tutto ancora da decifrare. Però, senti questo messaggio”, dice, e sento una sua paziente che ora, dice, finalmente respira di nuovo. “Mi sono studiato le lastre. Le analisi. E mi è venuto il dubbio che avesse una specie di polmonite latente. Perché spesso ti curano con il cortisone. Che sfiamma, però. Mica cura. E quindi al tampone negativo credi di essere guarito. E invece no, non del tutto”, dice. “E ti rovini”.
“Altri casi, ovviamente, sono molto più complessi. Però, tanti sono risolvibili”. Posso dirlo, dice? “Questo virus raramente vince per merito suo”.
“Non curo il virus. Per quello non c’è terapia. Curo le sue complicanze. E cioè la polmonite. Perché il sistema immunitario possa concentrarsi sul virus: e arrivare da sé dove la medicina, per ora, non arriva”, dice. Che poi, è lo stesso principio della terapia intensiva. Non illude nessuno. Non promette niente. “Seguo i pazienti, tutto qui. E ci provo. Giorno per giorno”, dice. E in realtà, anche di più. Torniamo due volte da un 81enne, e mentre gli aggiunge due gocce e gli toglie una pillola, calcolo quanto costano i farmaci che usa di più. Uno 6,94 euro, due al giorno per ventidue giorni. L’altro 7,82 euro. Tre confezioni. Fa 328 euro.
Contro i 2mila al giorno di un ricovero.
Non dice mai che i morti, tra i suoi pazienti, sono zero. Perché onestamente, il punto non è questo, dice, mentre entra un attimo nella panetteria di Salvo Mazzola: che all’operatrice del numero di emergenza che gli domandò se suo padre respirasse, rispose: Ma tutto sommato, sì, mi sembra di sì, mentre no, non respirava affatto, e morì – e un anno dopo, ti ripete solo: Ma tutto sommato, giuro, respirava. Entra per dirgli che non è colpa sua. “Quello zero è anche questione di fortuna”, dice. “Il punto è un altro: è esserci. Il più possibile. Perché molti morti potrebbero morire meglio. E anche i vivi, poi, vivrebbero meglio”.
“Non scrivere di noi. Scrivi di lui”, si raccomanda Salvo Mazzola, mentre Riccardo Munda è di nuovo già al telefono. Con uno a cui hanno prescritto solo dell’Augmentin.
“E se muore”, dice, “la verità è che muore di Augmentin”.

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